The Rolling Stones – Aftermath (1966)

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The Rolling Stones – Aftermath (1966)

The Rolling Stones – Aftermath (1966)

Decca (Gran Bretagna) / London (Stati Uniti)

 

Le molte recensioni disponibili, sia attraverso i tradizionali mezzi cartacei, sia sparse nella rete, concordano nell’identificare una vasta rosa di generi e influenze stilistiche all’interno della quale inquadrare l’album, tra i quali spiccano senz’altro il rock, tra tutti il termine certamente più vago o addirittura dispersivo, ma anche blues, psichedelia, soul, country, folk e R&B. Al di là dell’oggettiva difficoltà, per questo come per molti altri album nella storia della popular music, di individuare un’espressione unica che sappia al contempo essere esaustiva, la presenza di un substrato di generi e stili così eterogeneo ci restituisce l’immagine di un prodotto musicale sicuramente complesso al di là della soggettiva opinione di ciascun critico, studioso o semplice fan.

A uno sguardo retrospettivo, è vero che Aftermath costituisce una sintesi fra diversi generi o stili come mai accaduto prima nella storia degli Stones. Se infatti il rock e il blues erano stati fin dagli esordi degli stimoli importanti per la crescita del gruppo sia a livello tecnico-esecutivo sia a livello commerciale, il soul e, più in generale, tutta la parte di musica pop di matrice nera entrano solo con questo album così prepotentemente nel sound della band. A complicare ulteriormente il quadro, le influenze country e folk, da un lato, e la nascente scena psichedelica californiana, dall’altro, giocano una parte importante nella definizione stilistica del primo LP degli Stones contenete solo tracce originali a firma Mick Jagger/Keith Richards. Un simile distillato stilistico testimonia, ancora una volta nel corso degli anni Sessanta, il fitto scambio di idee e influenze musicali esistente tra le due sponde dell’Atlantico, circostanza di per sé non esclusiva del decennio in questione, ma forse proprio in quel periodo particolarmente fruttuosa di novità destinate ad affermarsi nella storiografia del rock. Se infatti è suggestiva ma forse storicamente poco fondata l’ascendenza dylaniana di alcuni episodi country-folk del disco, passando per l’intermediazione di Rubber Soul (Beatles, 1965), la presenza della psichedelia è invece uno degli assi portanti dell’album, tanto da farlo finire insieme ai successivi Between the Buttons e Their Satanic Majesties Request (entrambi del 1967) nel trittico di un cosiddetto ‘periodo psichedelico’. La psichedelia, però, si concretizza più negli arrangiamenti che nei testi o nelle strutture dei brani, tramite l’utilizzo di alcuni strumenti non convenzionali  (il dulcimer o la marimba, per esempio) che assumo, in alcuni casi, un ruolo chiave nell’accompagnamento e nella ritmica. L’unica eccezione in questo senso è rappresentata da Goin’ Home, all’epoca la più lunga traccia mai pubblicata su un disco di rock-pop (11:13), che proprio per la sua durata e per il suo andamento ipnotico diverrà precursore delle lunghe jam vocali o strumentali che caratterizzeranno buona parte della musica psichedelica e rock degli anni successivi (cito, tra le tante, The End dei Doors, 1967).

Aftermath, non è soltanto una tappa fondamentale nella parabola creativa dei Rolling Stones, ma anche un manifesto della realtà contemporanea, soprattutto londinese, vissuta dai membri del gruppo: realtà in cui  la filosofia ‘sex, drugs & rock n’ roll’, collocata lungo il sottile confine tra slogan commerciale e stile di vita, si mischiava alle storie di ‘stelle durate lo spazio di un mattino, groupie, imbroglioni e parassiti della Swinging London’, come recita testualmente la recensione che la ben nota e quasi omonima rivista musicale Rolling Stone ha redatto a posteriori per questo album. Questo giudizio, contenuto nella opinabile ma autorevole classifica dei 500 migliori album di ogni tempo pubblicata dalla rivista un tempo underground, è un’ulteriore dimostrazione dell’indiscutibile importanza che il disco riveste nella storia della musica e della cultura pop del Novecento e oltre.

 

 

Andrea Gabetta

 

 

Fonti

 

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